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1957: all'ombra della montagna

ombra della montagna - Rudi Patauner

Aveva tre anni, forse quattro, quando, accompagnato dal suo cane, da solo ogni giorno partiva dal maso per andare all’asilo in paese. Lui e il suo cane, sulla strada di campagna, nel silenzio e nel freddo del mattino, chissà cosa si raccontavano. Certo è che si volevano molto bene.

Il cane lo accompagnava fino al cancello, lo salutava con una musata umida sulla piccola mano, e poi si accucciava ad aspettarlo; una, due o tre ore.

Ogni tanto se ne andava a fare un giro, ma all’ora dell’uscita lui era lì, scodinzolante appena intravedeva quel bambino già grande e serio al quale solo lui sapeva strappare un tenero sorriso privo di timidezza.

Sulla via del ritorno l’aria era più calda e la fame accelerava il passo e la voglia di chiacchierare. Forse più che il chiacchierare aveva voglia di sentire la sua voce risuonare appena tra gli alberi e le pietre. Sentire quella voce, troppe volte ascoltata dall’interno, voce nascosta che scavava e si formava come un fiume sotterraneo per uscire poi profonda, da ragazzo.

Chiamava il cane, lo rincorreva, osava perfino canticchiarli un ritornello imparato all’asilo “... col cap ppel lo sot to il brac cio... “ e il cane già vecchio, ascoltava paziente osservando con tenerezza questo cucciolo d’uomo del quale si sentiva responsabile.

Dopo qualche anno il cane si ammalò e il nonno, che come tutti i contadini seguiva le leggi della natura e della elementare economia, lo uccise per non farlo più soffrire.

Allora, a sei anni, scappò dal maso.

Per dolore. Non si sa se per dimostrarlo o per nasconderlo. Fatto sta che scappò, e fu la sofferenza a spingerlo, a dargli forza di correre fin oltre la valle.

Lì si fermò, forse perché si rese conto di aver ormai oltrepassato il confine del conosciuto, forse perché da lì poteva ancor osservare ciò che avveniva, mantenendo però sempre una via di fuga.

Che tentazione e che paura.

Da solo senza neanche più il suo cane.

Seduto sotto un albero al limite del bosco, con il respiro ancora affannato ed il piccolo cuore che bussava ancora forte da dentro come se fosse prigioniero, ascoltava la rabbia e la paura come un animale braccato, cercando, con un gesto automatico al suo fianco, quella massa di pelo ispido e caldo che non c’era più.

Il nonno lo aveva ucciso e nessuno si era opposto, nessuno aveva pensato che uccidere il cane sarebbe stato come uccidere una parte di Mauro, ed ora voleva che tutti, credendolo ormai morto lo capissero.

Si distese sulla terra, lo sorprese un sospiro di pianto, sentiva le foglie secche senza temperatura sulle sue gambe nude, foglie che sarebbero rimaste attaccate alle sue calze di lana grezza, e che sua madre avrebbe notato al ritorno mentre, tra l’apprensione e il rimprovero, gli avrebbero chiesto dove era stato.

Sentiva il canto di un uccello, ma non riusciva a vederlo, seguiva il suono che in volo passava di ramo in ramo. Chiuse gli occhi pensando di non pensare, ma sentì un leggero calore e luce arancione al di la delle palpebre e in un respiro bevve intensamente quel raggio di sole intrufolatosi tra i rami. Sentì così che non era solo. Sentì il rumore della topolino che suo padre si era comperato da poco.

Di colpo si tirò su, rimase attonito a guardare quel tettuccio grigio che spuntava dai rovi che delimitano i campi.

Suo padre lo stava cercando con la macchina.

Guardò fisso ancora per un po’ quell’ immagine, che gli sarebbe rimasta impressa per tutta la vita, poi, con calma si risedette dietro l’albero e si nascose e guardando il sole sparire dietro la Paganella aspettò il buio.

Ora che, solo aveva affrontato l’ignoto.

Ora che, da solo, aveva affrontato il dolore.

Ora che, da solo, era diventato grande.

Fungo