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La vera storia di Paganella

Con la Paganella nel cuore

Quelli di cui stiamo per raccontare erano tempi ancora magici, sebbene non troppo lontani dai nostri.

Ohibò, non che fossimo molto diversi allora, noi uomini, e quindi non immaginiamo chissà quali incantesimi. Dimentichiamoci per questa volta i draghi fiammeggianti e le streghe sulle loro scope volanti, ché a quel tempo costoro erano già stati esiliati nei meandri più discosti dei monti, scacciati dalla spada di San Giorgio e dal trionfo del bene sul male.

Ed anche gli spettri erano stati allontanati: i fantasmi che, ben lo sapete anche voi, ormai non abitano più le vecchie soffitte e nemmeno le cantine dei castelli. Anche se in certi antichi manieri, sopravvissuti a tante peripezie, c’è sempre chi ha nostalgia dei bei tempi andati, quando un cigolìo della porta faceva sobbalzare anche l’anima più coraggiosa.

Nei tempi di cui narriamo, invece, c’erano ancora le selve immense e solenni, ad ammantare i monti e ad ombreggiare i torrenti. C’erano fior di boschi, allora, e fitti e misteriosi: non come quelli d’oggidì, tutti spezzettati dalle strade, tagliati da quelle lunghe piste dove si vedono correre folle di umani con due strani legni ai piedi. Erano boschi altissimi, e selvaticissimi come i loro mai estinti abitanti. Capitava sovente, allora, dopo il calar del sole, di mettere un passo avanti l’altro con la sensazione di esser spiati da certe paia d’occhi capaci di scrutare anche il buio più nero. Capitava a chi ancora si trovava in cammino, o non si era ancora chiuso dietro di sé l’uscio di casa.

Insomma, erano pur sempre tempi in cui stare guardinghi, perché dalle montagne scendevano, a volte, le bestie affamate, e nelle storie raccontate dai vecchi, a chi per via si lasciava cogliere dalla notte, poteva accadere di imbattersi in qualche bello spavento. Però, gli animali delle selve non erano mica pericolosi, e se spaventavano qualcuno lo facevano perché diffidavano di costoro. I bambini, ad esempio, erano immuni da queste attenzioni selvatiche: troppo sinceri i loro cuori per desiderare di far loro del male.

Ma sui monti, allo spuntar del sole, ogni paura svaniva. E che bellezze lassù, al cospetto delle mandrie al pascolo su quell’erba lucente, bagnata dalla rugiada, mentre le nuvole giocavano a nascondino fra una vetta e l’altra.

Ecco, è proprio in uno di quei giorni luminosi che Paganella, una bellissima fanciulla dai capelli castani, e gli occhi profondi e splendenti dello stesso colore intenso, decise di fare una passeggiata lassù, sulla montagna di selve e di prati che stava proprio sopra il suo paesello.

Ma prima di scoprire il resto della storia, dovete sapere che Paganella viveva in quella che di tutte le case era più prossima alla selva. E come tutti i paesi di allora, anche quello era abitato da famiglie di contadini e di boscaioli. Ma allora come facevano, direte voi, se tutti si dedicavano agli stessi mestieri? Chi preparava il pane? Chi curava le malattie?

Non tutti erano contadini e boscaioli, s’intende, ma di panettieri, in quei paeselli fatti di case tutte strette le une alle altre, con delle viuzze buone solo per passarci con un carrettino, ce ne poteva vivere uno solo. E il dottore veniva da fuori, dalla città magari, quando c’era bisogno delle sue medicine.

Anche il papà di Paganella, Anselmo, faceva il boscaiolo. Era povero, ma nella sua povertà era un boscaiolo più fortunato di tanti altri, perché parte del bosco vicino casa era sua. Gliela aveva lasciata il padre, che a sua volta l’aveva ereditata dal padre suo, e così indietro nei tempi - di figlio in padre, sempre nella stessa casa al limitare della selva - fino ad arrivare a quella remota epoca dei re e delle regine, dei principi e delle fate, quando i boscaioli parlavano agli alberi, li coccolavano, trascorrevano con loro giornate intere. Ed aspettavano che fossero diventati altissimi, e vecchi e stanchi a sufficienza, portando tutto quel peso di fronde, prima di tagliarli, ché altrimenti il vento o il temporale li avrebbero ugualmente piegati, o peggio fatti cadere sui loro compagni.



Anche il papà di Paganella sapeva parlare agli alberi, e qualche volta lo faceva anche lei. Però le sembrava che gli alberi non le rispondessero. Non ci badava, alzava le spalle e continuava ad aiutare Anselmo. E invece gli alberi ascoltavano, e capivano, e ogni tanto rispondevano scricchiolando e mormorando quando il vento si insinuava fra di loro. Solo che lei, Paganella, non aveva ancora imparato quel loro linguaggio ondeggiante. Ma Paganella parlava anche ai fiori e agli animali, parlava al cielo e persino alla luna, quando nelle giornate d’autunno l’astro spuntava presto nel chiaroscuro alla fine della giornata. Parlava e cantava, Paganella, coccolata dagli alberi e dai fiori, accarezzata dalla brezza del mattino quando accompagnava il papà nel bosco. Lei non lo sapeva, ma era sempre osservata, quasi sorvegliata dagli animali della foresta: che le volevano bene, anche perché ogni tanto lei apriva il fazzoletto e ci metteva un boccone di pane, o un frutto, e lo lasciava dietro certi alberi suoi amici che - ondeggiando e gemendo in un modo tutto particolare - facevano l’occhiolino agli orsi, di solito i più affamati, ma anche alle volpi o a qualche faina.



Un bel giorno, Paganella decise di scoprire cosa c’era dietro quel bosco che conosceva ormai in ogni suo segreto. E si incamminò, con il permesso del padre, per un sentiero che tante volte aveva adocchiato, una vecchia traccia che s’inerpicava fra una roccia e un abete ancora più solenne e più alto degli altri. Il sentiero saliva tra i rami, e Paganella lo seguì.

Era una mattina luminosa, e dopo un bel po’ di cammino la ragazza si accorse che gli alberi, ormai, s’erano fatti sempre più radi, e che una luce più viva penetrava tra le fronde. Il viottolo, alfine, si faceva largo fra due grossi larici feriti dal fulmine, piegati ma non spezzati. Paganella li superò e, al di là, all’improvviso, decine e decine di paia d’occhi la fissarono stupiti. Occhi grandi e mansueti, occhi bovini. Quelli di un’intera mandria di mucche al pascolo. Ma dopo un attimo di smarrimento, con uno scampanellio all’unisono di quelle grosse teste brucanti, gli animali tornarono alla loro erba gustosa, ed anche Paganella si riscosse dallo stupore e cominciò ad attraversare il grande catino verde. Fece pochi passi, e un festoso abbaiare l’accolse. Le veniva incontro un cagnolino scodinzolante e dietro di lui, seduto su di una roccia, stava un ragazzo bellissimo. Era Marcello, il figlio del pastore.

Non servirebbe neppure che ve lo raccontassi, il resto della storia. Lo sapete anche voi come vanno a finire queste cose: il ragazzo offrì a Paganella un bicchiere di latte appena munto, poi corse a prendere burro e formaggio che teneva in una grotta nelle vicinanze, il Bus del giaz, un antro profondo che si apre nella montagna, così gelido da conservare la neve dell’inverno anche per tutta l’estate. I due ragazzi gustarono quel formaggio saporito, bevvero il vino, passeggiarono rincorsi dal fido cagnolino sotto gli occhi divertiti delle mucche, mezze assonnate dopo quel lauto brucare. Andò a finire - lo avevate già capito - che Paganella e il giovane pastore si piacquero, e fra mezze parole e mezzi sguardi, ben presto si innamorarono. Così, a quel primo incontro ne seguirono molti altri. Tante volte la ragazza tornò lassù, con il cuore colmo di emozione, ad incontrare il suo amato, in quell’estate spensierata. I due si davano appuntamento davanti alla grotta: lei portava delle uova, lui il vino. E per i due innamorati, quello era un banchetto da re e da regina. Il giovane pastore, poi, prendeva per mano la ragazza e la portava in alto, oltre i mughi, di roccia in roccia. Fu così che, piano piano, Paganella fece la conoscenza dei silenziosi abitanti della montagna. Strinse amicizia con la colonia di marmotte che abitava quelle sommità, al punto che ogni volta che la ragazza spuntava all’orizzonte, sbucando dal folto dei mughi, la marmotta sentinella (che sta sempre di vedetta per proteggere le compagne) non fischiava più; ed anche i camosci in sfilata sulle rocce vicine si avvicinavano a lei senza timore. Spesso, persino un vecchio orso malinconico - era un animale un po’ scontroso, perché soffriva per gli acciacchi dell’età - scendeva con lei fino al bosco, la sera, fermandosi ogni tanto a grattarsi la schiena sui tronchi degli abeti più robusti.

L’estate ad un certo punto finì: il pascolo ormai era diventato giallo, l’erba rinsecchiva e le mucche, per trovare qualcosa da ruminare, dovevano cercarlo fra i cespugli, o in qualche angolo fra le rocce o all’ombra dei rododendri. Anche le giornate erano diverse, più fredde e più brevi: la notte calava presto e non appena le stelle iniziavano la loro maestosa parata in cielo, additando la via, nel mondo, a chi non era ancora arrivato a destinazione, serviva un fuocherello per non rabbrividire. Ed anche la natura era più mesta, ormai rassegnata al riposo che dì lì a poco sarebbe cominciato, accompagnato dalla neve e dal gelo che a quelle altezze, di solito, arrivano presto. Dagli alberi cadevano già le prime foglie.

Al paese, il papà di Paganella era preoccupato. Ci sarebbe stato bisogno della sua legna, ma molti compaesani che di solito andavano a raccomandarsi a lui, affinché provvedesse prima dell’inverno, quell’anno non si erano visti. Qualcuno l’aveva incontrato per via, ma quelli avevano tirato diritto, come nulla fosse. Lui non capiva. Perché nessuno lo interpellava più? Perché non lo salutavano come sempre?

Aspetta una settimana e poi un’altra, un bel giorno Anselmo si decise ad andare a chiedere aiuto al suo vecchio amico Tonino, che viveva nel primo paese della valle e che quindi era assai più prossimo alla città. Si mise in cammino all’alba, attraversò boschi e prati e, alfine, giunto in paese, bussò alla porta dell’amico. Tonino quando lo rivide lo abbracciò, lo fece sedere in cucina e per l’occasione sturò la bottiglia di vino migliore. I due amici rievocarono i bei tempi andati, quando anche Tonino faceva il boscaiolo e insieme partivano la mattina presto per la montagna. Parlarono di albe, di tramonti, della gioiosa gioventù. Ricordarono quando, stanchi e affamati dopo una giornata di lavoro nel bosco, tornavano a valle, ripulivano il piatto in quattro e quattr’otto e correvano a ballare al suono della fisarmonica. “Ti ricordi, Anselmo, della bella Giovanna?”, buttò lì Tonino, “E come potrei dimenticarla? Se non fosse partita per l’America...”. Fra una risata e un bicchiere di vino, le ore passavano allegramente.

Ma quando Anselmo raccontò a Tonino ciò che gli stava capitando, l’amico si fece triste di colpo e scosse il capo. Rimase un po’ pensieroso, stette in silenzio e versò dell’altro vino per sé e per Anselmo. Poi si decise e parlò.

“Un ricco commerciante venuto dalla città - raccontò Tonino - ha comperato quasi tutti i prati più belli della valle, e non c’è bosco ormai che non sia suo. Vende la legna di borgo in borgo ad un soldo in meno di tutti gli altri boscaioli, che messi così alle strette, hanno ormai deciso di cambiare mestiere. Solo tu - gli disse - sei rimasto”. Anselmo capì e non disse altro. Chinò il capo a riflettere, poi decise di riprendere la via di casa. Il cuore gonfio di amarezza, salutò l’amico e se ne tornò da dov’era venuto, più preoccupato di prima.

Il giorno era ormai quasi tutto consumato quando Paganella lo vide rientrare così mestamente. La figlia comprese subito che era accaduto qualcosa di grave. Lui non disse nulla, ma in cuor suo non si dava pace. Come avrebbe potuto tirare avanti, se nessuno gli avesse più comperato la legna? E con questi pensieri cupi, i giorni presero a trascorrere tutti uguali, in casa di Anselmo, senza che nessuno in paese lo cercasse. Certe notti, Paganella lo sentiva camminare inquieto, un passo dopo l’altro, come se stesse cercando qualcosa che non riusciva a trovare. Passò una settimana, poi un’altra. C’era ormai poco da mangiare in casa, i denari che erano stati messi da parte erano quasi finiti e il bosco - tutto raggelato dall’autunno avanzato - non poteva più aiutare il babbo e la figlia regalando loro qualche frutto o un semplice cesto di funghi.



Nel mezzo di queste preoccupazioni, un bel giorno qualcuno bussò alla porta. Anselmo aprì e si trovò di fronte un uomo di mezza età, grassottello e riccamente vestito, le mani paffute ornate di anelli d’oro e gli stivali lucidi lucidi, come fosse sceso or ora da una carrozza principesca.

Era lui l’abile commerciante venuto dalla città, il padrone delle selve e dei prati e, ahinoi, pure del destino di molti uomini.

“Mi chiamo Arsiodoro - disse l’uomo ad Anselmo con fare sbrigativo - e sono venuto a proporvi un affare che risolverà tutti i vostri crucci e farà svanire le vostre paure. Vivete in una casa modesta, vedo - aggiunse gettando qualche occhiata in giro - ma se quello che sto per proporvi avrà la vostra approvazione, come credo vi convenga fare, ben presto potrete abbandonare questa misera dimora per una casa vera, grande e calda tutta per voi”.

Anselmo ascoltava, un po’ impaurito dal tono imperioso di costui ma, in cuor suo, anche speranzoso dinanzi a quelle favolose promesse. “Se acconsentirete a che io sposi vostra figlia Paganella - sibilò Arsiodoro abbottonandosi il cappotto sgargiante, e accomodandosi il cappello sulla testa pelata - voi potrete continuare a lavorare come boscaiolo alle mie dipendenze, e nulla vi mancherà più. Ma ricordate: se rifiutate, non avrete speranze: finirete a fare il mendicante in città, come tanti altri prima di voi. Riflettete bene! Io attendo una risposta”.

E ciò detto, afferrò la porta e uscì dalla casa. Un attimo dopo, nella sera fredda risuonò l’eco degli zoccoli di quattro cavalli, e sbriciando dalla finestra Anselmo vide la sagoma scura di una carrozza che partiva.

Il vecchio boscaiolo si sedette dinanzi al fuoco. Nelle orecchie gli risuonavano ancora le lusinghe e le minacce di Arsiodoro. Non riusciva a pensare ad altro ma lui, che era un uomo buono con il cuore grande, si disse dentro di sé che mai Arsiodoro avrebbe potuto comperare in quel modo l’amore di sua figlia. E mai lui, padre povero ma onesto, avrebbe trovato il coraggio di riferirle quella proposta insolente.

Ma il tempo, il freddo e la fame, nelle settimane seguenti si fecero sentire. Di notte portavano cattivi consigli ma lui, il buon Anselmo, non riusciva a scacciarli neppure quando si risvegliava all’improvviso dal sonno agitato.

Anselmo con il tempo si rese conto di non avere scelta: Arsiodoro era un uomo spregevole, ma la sua offerta avrebbe salvato Paganella da un destino crudele, che sembrava scritto apposta da qualche spirito malvagio. Pensò e ripensò a sé e a Paganella, ricordò le lusinghe e le minacce, ma alla fine Anselmo decise, al colmo della disperazione, di accettare la proposta. Il giorno dopo Arsiodoro ebbe la risposta e non perse tempo: le nozze sarebbero state celebrate in gran pompa la settimana seguente.



E Paganella? Eh, il cuore di Paganella era gonfio di tristezza: dal suo volto era scomparso il sorriso e invano la ragazza cercava conforto sotto le fronde degli alberi amici. Non aveva avuto il coraggio di rivelare al padre il suo amore per Marcello, il giovane pastore, e per tutta la settimana prima delle nozze rimase in silenzio, cercando di trovare la forza per accettare quell’amaro destino.

Passarono i giorni, tristemente. Anselmo si alzava presto dal letto e usciva che era ancora buio per non incrociare lo sguardo rassegnato della figliola. La sera, lei gli faceva trovare una minestra calda e un boccone di pane sul tavolo, poi si rannicchiava dietro la finestra a scrutare le stelle che facevano a gara nel mostrarsi agli uomini. Stava lì in silenzio, cercando una impossibile risposta alle sue inquietudini. Quando giunse l’ultima sera della settimana, parve che anche il cielo fosse intristito: faceva freddo, nubi grigie avevano coperto la montagna. Non c’era un alito di vento, ma il bosco gemeva tutto, scricchiolando, ed una strana inquietudine aleggiava nell’aria immobile. A mezzanotte l’uscio della casa addormentata si schiuse: Paganella scivolò fuori senza far rumore e lesta si incamminò verso la selva.

Non era riuscita a resistere all’idea di finire sposa dell’odioso Arsiodoro. Il suo cuore le diceva che doveva fuggire, e preso con sè un cesto di uova si era incamminata sul sentiero che portava alla grotta di Marcello. Gli avrebbe chiesto aiuto.

In quella notte agitata, anche gli animali erano inquieti. Quando per primi la videro passare, gli alberi scostarono i rami per facilitarle il cammino. Poi il cielo parve sul punto di piangere. Cominciò a nevicare, fiocchi radi e soffici si posavano sui capelli di Paganella. Di tanto in tanto, uno scoiattolo o una civetta si accorgeva di lei, lanciava un richiamo, ma Paganella continuava a risalire il sentiero tappezzato di foglie. I suoi passi erano lievi e silenziosi, ovattati da quel tappeto creato dal bosco, dove il manto bianco era sempre più alto. Seguendo le orme degli animali, sfinita per il lungo cammino, alla fine Paganella raggiunse la grotta dove tante volte si era incontrata con Marcello, si sistemò su di una roccia liscia nel fondo della cavità e lì, esausta, si addormentò.

Spuntò un’alba lattiginosa, giù in paese. Anselmo si alzò e prese il suo vestito migliore. Fuori, la neve aveva imbiancato i tetti e la valle ma il cielo piano piano era tornato sereno. Anselmo bussò alla porta della stanzetta di Paganella, la scostò delicatamente, ma... La stanza era vuota! Anselmo corse all’uscio di casa, lo aprì, guardò a destra e a sinistra, ma della ragazza non c’erano tracce. La neve aveva cancellato ogni cosa. E allora Anselmo corse nel bosco, chiamò e richiamò, guardò dietro ogni roccia ed ogni tronco d’albero, ma di Paganella non c’era segno alcuno in nessun luogo. Alla fine, affranto, il padre della ragazza non poté fare altro che correre in chiesa dove Arsiodoro, tutto agghindato come un grasso pavone, assieme agli invitati di rango attendeva da ore, ormai spazientito, la promessa sposa.

Tutto il paese fu mobilitato per trovare Paganella. Fu rovistata ogni casa, aperta ogni cantina, svuotato ogni ripostiglio, ma la ragazza non si trovava. Alla fine, furono convocati in piazza tutti i ragazzi del borgo: il padre addolorato indicò loro la montagna, raccontò dei sentieri che Paganella aveva seguito per salire ai pascoli, e questi allora si incamminarono vocianti nel bosco sulle sue tracce. Ma ora gli alberi si erano risvegliati dal torpore e vigilavano, le loro fronde si abbassavano fin quasi al suolo per confondere i giovani e deviarne la marcia. Il bosco mormorava grevemente, gli inseguitori si guardavano l’un l’altro a chiedersi cosa stesse accadendo. Di tanto in tanto, un animaletto fuorviava quelli che camminavano in testa alla fila lasciando qualche orma qua e là e portandoli fuori strada. Ma quelli, fatti alcuni passi, si accorgevano dell’inganno e tornavano sul sentiero giusto.

Nel frattempo Paganella, che si era risvegliata tutta infreddolita nella grotta sulla montagna, era uscita dall’antro per riscaldarsi un poco al sole del mattino.

Fatti pochi passi, si accorse di non essere sola. C’era quel grosso, vecchio orso un po’ scontroso che l’aspettava immobile vicino ad una roccia. L’animale la fissò con una certa imperiosità, anche se vecchio era pur sempre il re di quella foresta, e lucidatosi il pelo folto su di un tronco vicino, volse il muso alla montagna e cominciò a salire, girandosi ogni tanto a guardarla. Paganella allora capì, e lo seguì affondando nella neve soffice, mentre il sole dispiegava i suoi raggi sulla montagna ormai colma di neve.

Salirono in alto, Paganella e l’orso. Molto in alto, fin quando il vecchio animale si fermò e si accucciò, restando lì ad ansimare come in attesa di qualcuno, o di qualcosa. Fu in quel momento che ai piedi di Paganella, dal tappeto di neve alta ma soffice, cominciarono a spuntare delle testoline pelose. Prima una, poi un’altra, Paganella in pochi istanti si trovò circondata dalle amiche marmotte, che festanti si fecero a cerchio attorno alla ragazza stupita. Ma un momento dopo, la marmotta che diligentemente si era appostata a far da sentinella, su di una roccia al limite del pendio, cominciò a fischiare a più non posso, ritta sulle zampette, lo sguardo fisso alla fila di puntini sulla neve che salivano dalla valle. Erano loro, i ragazzi del paese che, seguendo le tracce dell’orso e quelle di Paganella, dopo aver girovagato per la foresta erano arrivati fin lassù. Ma quando il primo dei giovani, affondando nella neve fino all’inguine, vide Paganella circondata dalle marmotte, che adesso si erano strette a cerchio tutto attorno alla ragazza, si fermò di colpo. Anche i suoi compagni guardarono stupefatti quella scena irreale, mentre accanto al vecchio orso che si era rialzato si andavano schierando i camosci amici di Marcello e certi enormi cervi dai grandi palchi, famigliole di caprioli, stormi di cuculi, volpi e barbagianni, lepri e scoiattoli a decine che man mano sbucavano come dal nulla.

Quell’esercito di animali spuntato all’improvviso faceva proprio paura. Stretti nelle loro file, camosci e cervi, con i cuculi appollaiati sulle corna, sfidavano immobili gli inseguitori della ragazza, con gli scioiattoli a cavalcioni delle volpi e dei caprioli. Le bestie tenevano lo sguardo fisso ai giovani, in una sfida selvatica mai vista da nessun occhio umano prima di allora. Gli sguardi si incrociarono, ma nessuno abbassò gli occhi. Fu un momento che sembrò eterno, e allora l’esercito delle selve mosse un passo in avanti, minaccioso. Non servì altro per respingere i cacciatori. I ragazzi, terrorizzati, fuggirono gambe all’aria, e un minuto dopo gli animali erano rimasti padroni di un incruento campo di battaglia.

Fu allora che su quel terrazzo bianco accarezzato dal vento echeggiò un latrato, e fra le zampe dei cervi che serravano compatti la prima fila sbucò un cagnolino scondizolante. Con abilità consumata, l’animale si insinuò fra gli zoccoli scompaginando l’improvvisato plotone, ma un fischio sonoro subito lo richiamò. Dietro il plotone degli animali apparve Marcello, il figlio del pastore a cui Paganella aveva giurato eterno amore. Lui sorrise, lei gli tese le braccia. Non ci furono parole fra di loro, ma i loro cuori erano gonfi di felicità: gli animali si scostarono e le fila furono rotte, mentre sull’improvvisato esercito la neve riprendeva a cadere più fitta. Sotto gli occhi dei loro amici del bosco, mano nella mano, i due innamorati si incamminarono lentamente verso la cima della montagna. Verso il cielo.

Cosa ne fu di Paganella e Marcello? Nessuno da allora l’ha mai saputo, e probabilmente nemmeno lo sapremo mai. I segreti degli alberi, o degli animali, non vengono svelati agli uomini. Ma da allora la montagna delle marmotte e degli orsi ha preso il nome della fanciulla diventata triste per l’amore perduto, e ancora oggi davanti alla grotta di Paganella e del suo pastore si ritrovano gli innamorati. Lei porta un uovo, lui il vino. E quando la luna si circonda di un alone bianco, restando in silenzio lassù, dinanzi allo spettacolo delle stelle in parata, c’è chi ode la voce lontana di due ragazzi intonare la canzone della montagna. E si racconta che in certe notti, quando la neve cade fitta, sul sentiero che porta alla vetta appaiano delle orme inspiegabili, sempre affiancate. Di chi potranno essere? Chissà. Nessuno ha mai provato a seguirle.

Test 1